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Winnie e le donne che con Nelson Mandela hanno cambiato il Sudafrica

Winnie e le donne che con Nelson Mandela hanno cambiato il Sudafrica

di Gabriele Catania

Se oggi il Sudafrica è diciassettesimo nel ranking globale che misura le diseguaglianze di genere (l’Italia è al settantunesimo posto), il merito è anche di “Madiba” e delle figure femminili che hanno lottato al suo fianco

Manifestanti durante la marcia per i diritti civili del 1956, Sudafrica

Quando, nel 1994, Nelson Mandela divenne presidente del Sudafrica, nel suo Governo di Unità Nazionale (GNU) c’erano tre donne: due ministre e una viceministro. Poche, forse. Specie considerando che i ministri erano in tutto 27, e includevano gli ex nemici bianchi del Partito Nazionale, guidati dal vicepresidente Frederik Willem de Klerk (Nobel per la pace al pari di Mandela), e i nazionalisti zulu dell’Inkatha Freedom Party. In realtà tre donne nella camera dei bottoni non era un numero così esiguo in una terra che usciva da uno dei regimi più brutali e oppressivi della storia. Nel Sudafrica dell’apartheid, infatti, le donne vivevano in una condizione di assoluta minorità. E non solo quelle nere, che pure subivano una tripla ingiustizia: come nere, come donne (e quindi “esseri inferiori” per antonomasia) e come categoria soggetta a norme discriminatorie specifiche.

Peraltro pure le donne bianche, afrikaner o anglofone che fossero, non godevano di pari diritti. Il regime, con la sua élite gerontocratica di lingua afrikaans, era intriso di maschilismo e orgoglio militarista. Essere una donna bianca, allora, significava soprattutto prendersi cura della casa, sorvegliare la servitù nera e sfornare tanti bambini (possibilmente maschi) per scongiurare la (inevitabile) disfatta demografica della minoranza bianca. Bastava poco perché una donna troppo “emancipata” fosse bollata come una “puttana amica dei negri”, specie a est della provincia del Capo.

Ad accomunare le tre signore del primo governo democratico della storia sudafricana era la straordinaria tenacia. La ministra della sanità, la zulu Nkosazana Clarice Dlamini-Zuma, era un’attivista dell’ANC, il partito di Mandela, nonché un medico con studi nel Regno Unito. Suo marito Jacob Zuma, da cui avrebbe divorziato pochi anni dopo, sarebbe divenuto presidente della Nazione arcobaleno nel 2009.

Stella Sigcau, principessa della famiglia reale Mpondo, fu nominata a capo del ministero delle imprese pubbliche, incarico cruciale in un paese che doveva ricostruire un’economia in crisi.

Infine, c’era Winnie Mandela, viceministro delle arti, della cultura, della scienza e della tecnologia. Lei e Nelson si erano sposati nel 1958, ed erano rimasti insieme, nella buona e (soprattutto) nella cattiva sorte, fino al 1992, quando fu pubblicamente annunciata la loro separazione. Winnie sarebbe stata cacciata via dal governo nel marzo del 1995, in un vortice di critiche, accuse di corruzione e infamie. Nel 1996 l’ex marito avrebbe infine ottenuto il divorzio, terminando una volta per tutte un sodalizio che per decenni aveva reso i due una delle coppie più famose e rispettate del pianeta.

Un personaggio assai controverso, Winnie Mandela. Con luci e molte ombre. Per alcuni la coraggiosa “madre della nazione”, per altri una donna spietata e senza scrupoli, pronta a tutto pur di conservare il potere. Di sicuro, fu il grande amore di Mandela. Che decise di non riconciliarsi mai più con lei soltanto dopo aver avuto le prove delle sue infedeltà. Non che Mandela fosse uno stinco di santo, come coniuge. Il matrimonio con la sua prima moglie, l’infermiera Evelyn Mase, si sfasciò non solo a causa dei suoi crescenti impegni politici, che gli facevano trascurare la famiglia, ma anche dei suoi adulteri.

Mandela non fu un marito (e un padre) esemplare. Però si batté per l’uguaglianza di genere con forza. “La libertà non può essere conseguita se le donne non sono emancipate da tutte le forme di oppressione” è una sua memorabile frase. Alle parole seguirono i fatti. Nel 1995 il parlamento sudafricano ratificò, senza riserve, la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW). Una convenzione che ancora non è stata ancora ratificata da paesi come gli Stati Uniti.

Se oggi il Sudafrica è diciassettesimo nel ranking globale che misura le diseguaglianze di genere (l’Italia, tanto per dire, è al settantunesimo posto), il merito è anche di Mandela. Certo, i problemi non mancano. Il tasso di violenze sessuali, per esempio, è agghiacciante. Nella provincia del Gauteng, motore economico del paese (Johannesburg ne è il capoluogo), una donna su quattro è stata stuprata almeno una volta nel corso della sua vita. Nel 2012 127 persone su 100mila sono state vittime di aggressioni sessuali. Ancora, il flagello dell’AIDS si accanisce soprattutto sulle donne: nel 2005 il tasso di prevalenza dell’HIV nelle donne tra i 15 e i 24 anni sfiorava il 17%, contro poco più del 4,4% tra gli uomini. Tra le cause di ciò ci sono la povertà, un radicato maschilismo, l’avversione ai profilattici e, dulcis in fundo, la forte diffusione del “sesso asciutto” (dry sex). Una pratica sessuale finalizzata a ridurre le secrezioni vaginali durante la penetrazione, per aumentare il piacere del maschio.

Insomma, la strada per l’eguaglianza di genere è ancora lunga. Ma, anche ispirandosi alla vita del defunto statista, le sudafricane potranno trovare la forza per farcela. Come fecero le loro nonne e madri il 9 agosto 1956, quando in ventimila marciarono a Pretoria contro le misure razziste del governo Strijdom. Vincendo ogni paura, e ispirando lo stesso Mandela.

@gabrielecatania da http://www.donneuropa.it

 Nelson-Mandela-Marian-Kamensky

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