11 febbraio 1963: nel ricordo di Sylvia Plath e del suo mal di vivere

 

Sylvia Plath
Sylvia Plath

una vita in poche righe

Nasce il 27 ottobre 1932 in un sobborgo di Boston, primogenita di Otto Plath, professore di biologia e tedesco, e di Aurelia Schober, casalinga.
Il 5 novembre 1940 muore il padre, malato di diabete mellito. Nel giugno 1947 termina la junior high school come miglior studente. Nel 1950 entra allo Smith College.
Cominciano i sintomi della depressione: il 29 luglio 1953 iniziano le sedute di elettroshock, senza anestesia nè sostegno psicologico. Il 24 agosto tenta il suicidio, ingerendo farmaci. Ne esce illesa.  Vince una borsa di studio di 1250 dollari allo Smith College. Nel gennaio 1955 consegna la tesi su Dostoevsky. Il 20 maggio le è concessa una borsa di studio per l’università di Cambridge. Ha vinto nel frattempo premi e pubblicato molto, superata in questo solo da una giovane poetessa, Adrienne Rich.
Attracca in Inghilterra il 20 settembre. Nel 1956 conosce il poeta Ted Hughes, che all’epoca vive di lavori precari. Il 16 giugno si sposano, a Bloomsbury.
Il 25 giugno 1958 il “New Yorker” accetta due poesie della Plath.
Il 10 febbraio 1960, trasferitasi in Inghilterra con Hughes, firma il contratto per “The Colossus and Other Poems“. Uscirà il 31 ottobre e sarà dedicato “a Ted”.
Il primo aprile nasce la figlia Frieda Rebecca.
Il 26 febbraio 1961 viene ricoverata per un’appendicectomia. Inizia a scrivere il romanzo “The Bell Jar” (la campana di vetro): uscirà il 24 gennaio 1963. Il 17 gennaio 1962 dà alla luce Nicholas Farrar. Maturano intanto i propositi di separazione da Hughes, e nascono le poesie di quella che diventerà la raccolta “Ariel“. E’ un periodo di creatività poetica molto intensa, anche se le condizioni fisiche e psicologiche della Plath vanno peggiorando.
Muore suicida l’11 febbraio 1963.

Sylvia Plath 1932 – 1963

plath 2

Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo piu’ perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me piu’ naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

 

L’ultima poesia scritta da Sylvia Plath porta la data del 5 febbraio 1963. Si chiama “Edge”, “Limite”. Sylvia Plath è sulla soglia. Quella soglia che varcherà la notte tra il 10 e l’11 febbraio, sigillando con lo scotch ogni fessura della cucina nella quale si era chiusa, e posando la testa all’interno del forno, il gas aperto.
Aveva in precedenza sigillato la camera dei bimbi, perchè il gas non arrivasse fin lì, e lasciato accanto ai loro lettini il latte e il pane con il burro per la colazione.

Limite

La donna ora è perfetta
Il suo corpo

morto ha il sorriso della compiutezza,
l’illusione di una necessità greca

fluisce nei volumi della sua toga,
i suoi piedi

nudi sembrano dire:
Siamo arrivati fin qui, è finita.

I bambini morti si sono acciambellati,
ciascuno, bianco serpente,

presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.
Lei li ha raccolti

di nuovo nel suo corpo come i petali
di una rosa si chiudono quando il giardino

s’irrigidisce e sanguinano i profumi
dalle dolci gole profonde del fiore notturno.

La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,
non ha motivo di essere triste.

E’ abituata a queste cose.
I suoi neri crepitano e tirano.

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