Orfani di femminicidio senza diritti

sad little girl

 

 

 

 

 

 

di Viviana Daloiso – immagini dal web

Avvenire, 1 luglio 2016

"Io esisto, la mamma no". La frase risuona nella stanza vuota, poi di nuovo il 
silenzio.

Per alcuni orfani di femminicidio - la letteratura scientifica internazionale 
li chiama "special orphans", orfani speciali - la prima volta in cui hanno 
parlato del giorno che ha distrutto la loro vita è stato nel colloquio con
la psicologa della Seconda Università degli studi di Napoli Anna Costanza 
Baldry. Che dal 2011, con un équipe di ricercatori, ha messo proprio loro al
centro del suo studio: le vittime collaterali, i sopravvissuti. I bambini 
segnati per sempre.

Che fine fanno? La cronaca li investe di luce soltanto per pochi giorni: 
è il caso della dodicenne di Pavia che appena qualche giorno fa è scampata
all'efferato delitto della madre fingendosi morta. 
Il pensiero corre al trauma indelebile di quel che le è accaduto, si
sprecano commenti e indignazione. Poi, il buio. 
Questa coltre, negli ultimi dieci anni, è calata su 1.628 figli.
Soltanto negli ultimi tre anni su 417, 180 dei quali minori: 52 sono stati 
testimoni dell'omicidio della madre da parte del padre, 18 sono stati uccisi 
insieme a lei. Nella metà dei casi tra le mura di casa è entrata una pistola,
o un fucile, e la quotidianità è esplosa all'improvviso.
Nello studio Switch-off, che è stato finanziato dall'Unione Europea, Anna 
Costanza Baldry ha intervistato 143 di questi orfani: alcuni di loro oggi 
sono adulti, hanno raccontato la loro storia da soli, con immane difficoltà; 
altri sono ancora minorenni, sono stati accompagnati dai loro affidatari.

I dati raccolti saranno presentati alla Camera nelle prossime settimane ed 
entreranno in un documento di Linee guida di intervento che sarà a 
disposizione dei servizi sociali, dei magi-strati, degli insegnanti,
delle forze dell'ordine. Obiettivo: "Seguire un protocollo di azione omogeneo
e tempestivo - spiega Baldry. Capire che queste vittime meritano attenzione
e cura". Diritti che oggi le istituzioni gli negano. 
Il primo dato allarmante emerso dalla ricerca della Baldry in effetti è 
proprio questo: la totale mancanza di un sostegno psicologico adeguato ai 
figli sopravvissuti ai femminicidi.
"Significa - chiarisce l'esperta - che nemmeno nel 15% dei casi monitorati 
è stata seguito un percorso di psicoterapia". Quanto al supporto dei servizi
sociali, che obbligatoriamente si attivano all'indomani di fatti simili,
soltanto nella metà dei casi il sostegno è andato oltre l'affidamento: 
"Davvero troppo pochi".

Così nell'Italia delle battaglie sul "bene superiore" dei minori, dove 
protocolli e percorsi pensati per chi sopravvive all'epidemia dei femminicidi
(uno ogni tre giorni) non ne esistono, questi figli vengono dimenticati e a
gestire l'anno successivo al trauma - quello decisivo secondo i manuali di 
psicologia per evitare che scelgano di suicidarsi o che diventino a loro 
volta violenti - pensano nella maggioranza dei casi i nonni. Cioè quelli
che nella tragedia hanno perso una figlia. Trauma su trauma, lutto su lutto.
Le montagne da scalare? "I funerali, i processi, l'affidamento". 
La quotidianità del lutto, il dire o no quel che è successo. 
E poi quel che resta, cioè moltissimo, del killer: "Tutti chiedono o hanno
chiesto del padre", sottolinea Baldry. Perché il papà non si può cancellare, 
anche quando - e succede spesso - si chiede di veder cambiato il proprio 
cognome: "In 6 casi su 10, anche se non si è suicidato, è morto comunque. 
Troppo difficile gestire la sua presenza, le sue lettere, i contatti - 
continua Baldry. Soprattutto nel caso di bimbi molto piccoli, poi, gli 
affidatari preferiscono aspettare la maggiore età per far prendere questa
decisione direttamente da loro". Per gli altri il desiderio di un incontro
scatta, "qualcuno chiede persino di andare in carcere" "E se chi era molto 
piccolo al momento dell'omicidio della madre non trova spiegazioni per quella
inaudita violenza,"chi invece era adolescente costruisce delle ragioni: 
le liti, lo stress"
Le ferite più grandi? "Più che psicopatologie particolari, che nello studio
sono state  riscontrate in meno casi di quelli attesi, a testimonianza della 
resilienza tipica dei minori, ci siamo scontrati con la vergogna". 
Il sentirsi diversi dagli altri e il non potersi sfogarecon nessuno, perché 
i nuovi punti di riferimento spesso sono persone che hanno vissuto il 
lutto in prima persona, appunto i nonni o gli zii.
Nel caso dei maschi, poi, c'è la piaga del senso di colpa: "Mi sono chiuso 
in camera, non l'ho salvata", è il racconto con cui Giorgio ha paralizzato
gli esperti dell'Università di Napoli qualche mese fa. 
Nessuno, ancora, nemmeno adesso che ha vent'anni, riesce a fargli capire 
che un bimbo di 6 non può fermare la mano di suo padre. 
L'incubo che perseguita, il dolore infinito a cui sopravvivere: 
"Io esisto, mamma no".

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